Mentre noi mangiavamo rape, loro inventavano il franchising: la shockante modernità della Cina antica

Quando immaginiamo il mondo mille anni fa, la mente occidentale corre al Medioevo europeo: feudi isolati, strade buie, taverne spartane che offrivano un unico stufato e un’economia basata sul baratto. Eppure, dall’altro lato del continente euroasiatico, le megalopoli della dinastia Song (960-1279 d.C.) come Kaifeng e Hangzhou stavano già vivendo in pieno quella che gli storici moderni definiscono una vera e propria “modernità globale ante litteram”.
Se oggi consideriamo i ristoranti alla carta, il cibo a domicilio, il marketing e le banconote come pilastri del capitalismo contemporaneo, dobbiamo ricrederci: tutto questo è nato nella Cina imperiale.

 

La culla del ristorante moderno (e del cibo a domicilio)

Il concetto occidentale di ristorante – inteso come luogo pubblico in cui ci si siede a un tavolo privato, si sceglie da un menù fisso e si paga un conto individuale – è nato a Parigi solo alla fine del XVIII secolo. Nella Cina imperiale, questa complessa macchina sociale ed economica funzionava già a pieno regime quattro secoli prima, trovando la sua massima espressione durante le dinastie Tang (618–907 d.C.) e Song (960–1279 d.C.).
Con la fine del rigido sistema dei blocchi residenziali chiusi e l’abbattimento del coprifuoco, le città cinesi si trasformarono da centri puramente amministrativi a metropoli commerciali pulsanti. Kaifeng e Hangzhou videro un afflusso massiccio di mercanti, funzionari in viaggio, studenti e immigrati rurali: una massa enorme di persone che viveva fuori casa e che non aveva il tempo, o i mezzi, per cucinare. La risposta a questa rivoluzione demografica fu la nascita della più avanzata cultura gastronomica del mondo medievale.
 
I Jiulou: i colossi della ristorazione a più piani
A dominare lo skyline delle capitali erano i Jiulou (Grandi Edifici del Vino), colossali complessi che ridefinivano il concetto di intrattenimento. Non si trattava di semplici taverne, ma di monumenti al piacere della tavola. Il più celebre, il Fanlou a Kaifeng, era composto da cinque edifici tre piani ciascuno, interamente costruiti in legno pregiato e collegati tra loro da un sistema di ponti sospesi. Poteva ospitare migliaia di avventori contemporaneamente.
L’interno dei Jiulou era diviso gerarchicamente in modo modernissimo:
  • Il piano terra: Ampio, rumoroso e caotico, destinato al popolo, ai viaggiatori solitari e ai lavoratori che cercavano un pasto veloce ed economico.
  • I piani superiori: Divisi in eleganti sale private, separate da paraventi di seta e pannelli di bambù, prenotate da ricchi mercanti e nobili per banchetti d’affari o feste private, allietate da musicisti e poeti.
 
Menù alla carta da centinaia di portate
Mentre in Europa le locande offrivano un’unica pietanza fissa (spesso una zuppa o dello stufato comune), i ristoranti cinesi inventarono il menù alla carta. I clienti ricevevano un elenco scritto che rifletteva la straordinaria varietà culinaria dell’Impero. I menù includevano:
  • Cucina del Nord e del Sud: Chi si trasferiva nella capitale dalle province meridionali poteva ordinare piatti a base di riso, pesce d’acqua dolce e sapori delicati; i nativi del Nord potevano optare per pasta di grano, montone e piatti più robusti.
  • Specialità stagionali: Piatti rinfrescanti a base di loto e melone in estate; zuppe calde e carni stufate in inverno.
  • Pasticceria e bevande: Decine di tipi di tè, vini di riso aromatizzati e dolci complessi come i fagottini di pasta trasparente o i dolci di riso glutinoso.
 
Camerieri acrobati e cucine standardizzate
La gestione di queste strutture richiedeva una logistica ferrea. Nelle cucine dei Jiulou, il lavoro era rigidamente ripartito: c’era chi si occupava esclusivamente del taglio millimetrico delle verdure, chi gestiva i colossali forni a carbone per l’arrosto e chi calcolava i tempi di bollitura dei brodi.
In sala, i camerieri erano veri e propri professionisti dell’accoglienza. Non usavano taccuini. Un cameriere ascoltava le ordinazioni personalizzate di un tavolo composto anche da dieci o quindici persone (ciascuna con le proprie preferenze di cottura e condimento), per poi correre verso la cucina “cantando” l’ordine ai cuochi con una cadenza ritmica codificata. Al momento del servizio, per ottimizzare i tempi, i camerieri tornavano in sala reggendo file di piatti e ciotole impilate lungo l’intero braccio, fino alla spalla, distribuendole ai clienti senza mai commettere un errore di tracciamento. Sbagliare un ordine o mostrare poca cortesia significava subire una trattenuta sullo stipendio o il licenziamento immediato, a seguito delle lamentele dei clienti con il direttore (Zhanggui).
 
Il “Food Delivery” nel XII secolo
Per chi preferiva consumare il pasto nel comfort della propria abitazione o all’interno del proprio ufficio governativo, i grandi ristoranti inventarono il servizio di consegna a domicilio.
Nelle cronache dell’epoca viene descritto un flusso costante di fattorini che correvano a piedi o sui carri attraverso le strade affollate della capitale. Per evitare che il cibo si raffreddasse o che le zuppe perdessero la loro fragranza durante il tragitto, i cinesi progettarono una tecnologia ad hoc: le scatole termiche porta-vivande (Wenti). Si trattava di contenitori multilivello in legno laccato o metallo, isolati interamente all’interno e dotati di un compartimento inferiore dove venivano posizionati carboni ardenti per mantenere costante la temperatura del cibo. Il cliente riceveva il piatto caldo come se fosse appena uscito dalle cucine del Jiulou e, il giorno successivo, i fattorini passavano a ritirare i contenitori vuoti.
 
La nascita dello Street Food e del Fast Food
Parallelamente ai grandi Jiulou, la modernità della Cina antica si rifletteva nelle migliaia di bancarelle mobili e piccoli chioschi di strada, i precursori del moderno fast food. Operai, trasportatori e artigiani potevano acquistare a pochi spiccioli di bronzo pasti veloci, standardizzati e altamente nutrienti: baozi di carne fumanti, ciotole di noodles istantanei in brodo di maiale, spiedini di carne alla brace e frittelle di scalogno. Questa immensa rete di ristorazione informale democratizzò il consumo del cibo, rendendo il “mangiare fuori” un’esperienza quotidiana accessibile a qualsiasi classe sociale, quasi mille anni prima che l’Occidente industrializzato creasse le proprie catene di ristorazione veloce.

 

Catene commerciali, franchising e marketing dinamico

La spietata concorrenza commerciale all’interno delle metropoli delle dinastie Tang e Song non si limitava alla qualità delle ricette, ma si giocava su un terreno squisitamente moderno: la conquista del mercato attraverso la capillarità della rete di vendita, la standardizzazione dell’offerta e l’uso di raffinate tecniche psicologiche di persuasione del cliente. È in questo contesto di capitalismo urbano che l’antica Cina ha formalizzato, con secoli di anticipo sulla Rivoluzione Industriale occidentale, i concetti di franchising affiliato, corporate identity e marketing promozionale.
 
Il sistema dei Jidian: la nascita del franchising
I grandi imperi della ristorazione, i Zhenglou o Jiulou centrali, godevano di un enorme vantaggio competitivo: lo Stato concedeva loro il monopolio o licenze speciali per la distillazione e la vendita all’ingrosso degli alcolici. Tuttavia, una singola struttura, per quanto monumentale, non poteva fisicamente coprire il fabbisogno di città che contavano oltre un milione di abitanti divisi in decine di quartieri commerciali (Wazi).
Nacque così il sistema dei Jidian (negozi sussidiari o affiliati). I proprietari di taverne e locande minori firmavano veri e propri accordi di fornitura ed esclusiva con la casa madre. Il meccanismo era identico al franchising moderno:
  • Fornitura esclusiva: I Jidian acquistavano il vino d’autore e le salse madri segrete direttamente dal ristorante centrale.
  • Standardizzazione del menù: Le locande affiliate dovevano replicare fedelmente i piatti simbolo del marchio, garantendo al cliente lo stesso sapore sia che si trovasse nel centro finanziario sia nella periferia fluviale.
  • Uso del brand: Gli affiliati ricevevano il diritto di esporre l’insegna ufficiale della casa madre, beneficiando della sua reputazione.
 
Identità visiva: insegne, loghi e il potere del brand
In strade affollatissime, dove centinaia di attività competevano per lo stesso cliente, farsi riconoscere a colpo d’occhio era vitale. I commercianti cinesi svilupparono una forma primordiale ma efficacissima di brand identity.
Il simbolo cardine di ogni ristorante o catena era la Jiuqi (la bandiera del vino), una lunga insegna di stoffa colorata (spesso blu o rossa) sospesa su alti pali di bambù fuori dal locale. Sulla bandiera non ci si limitava a scrivere la parola “Vino” o “Cibo”, ma veniva impresso il nome del marchio con caratteri calligrafici unici o slogan accattivanti (es. “Il vino che fa scendere gli immortali dal cielo”).
Inoltre, per i clienti analfabeti, si utilizzavano veri e propri loghi visivi tridimensionali: un’insegna a forma di gigantesco raviolo di legno indicava una catena di baozi, mentre una lanterna di una forma specifica e decorata con nappe identificava i locali di lusso associati a una determinata catena. I clienti sapevano esattamente cosa aspettarsi prima ancora di varcare la soglia, esattamente come accade oggi quando vediamo l’insegna di una moderna catena di fast food.
 
I banchetti notturni di Han Xizai è uno dei dieci dipinti più famosi della Cina.
Strategie di marketing: sconti, “all you can eat” e fidelizzazione
I ristoratori dell’epoca Song compresero che per battere la concorrenza bisognava agire sulla psicologia del consumatore. Inventarono così leve di marketing di sbalorditiva attualità:
  • Le promozioni stagionali e i pacchetti festivi: Durante la Festa delle Lanterne o il Capodanno Cinese, le catene di ristoranti offrivano menù a prezzo fisso scontati o regalavano piccoli assaggi di dolci di riso a chiunque acquistasse una caraffa di vino pregiato.
  • L’equivalente dei programmi fedeltà: Alcuni negozi e ristoranti distribuivano piccoli talloncini di bambù o tessere di legno marchiate a fuoco con il sigillo del locale. A ogni acquisto, il negoziante incideva un segno o apponeva un timbro a inchiostro; una volta completata la tessera, il cliente aveva diritto a una portata gratuita o a uno sconto sulla fornitura successiva.
  • L’ingaggio di “Influencer” e intrattenitori: I grandi ristoranti pagavano cantastorie, poeti e acrobati affinché si esibissero stabilmente nei loro locali o citassero il nome della locanda nelle loro ballate pubbliche nei Wazi. Un poema d’elogio scritto da un famoso letterato dell’epoca sulle pareti di un ristorante poteva decretare il successo finanziario dell’attività per gli anni a venire.
  • Il “Gancio” commerciale (I campioni gratuiti): Fuori dai chioschi e dalle succursali, i dipendenti esponevano grandi vassoi con piccoli assaggi gratuiti di carne essiccata, frutta caramellata o tè aromatizzato per attirare i passanti e convincerli a entrare per il pasto completo.
 
Tracciabilità e reputazione: la difesa del marchio
Con la nascita delle catene e del successo commerciale nacque anche il problema della contraffazione. Le cronache dell’epoca raccontano di severe dispute legali tra proprietari di ristoranti. Se una taverna indipendente esponeva una Jiuqi (bandiera) falsa per far credere di essere affiliata a un celebre marchio di Kaifeng, la casa madre non esitava a sporgere denuncia ai magistrati imperiali per danni d’immagine e furto di clientela. I grandi marchi difendevano la propria reputazione con le unghie, poiché sapevano che il valore del loro nome era la chiave per mantenere la fiducia di migliaia di consumatori quotidiani.

 

 

Jiaozi: la carta moneta che inventò il futuro

Il dinamismo commerciale delle metropoli cinesi si scontrò presto con un limite strutturale insormontabile: la logistica della moneta metallica. Sotto la dinastia Song, l’impennata degli scambi portò a una grave carenza di rame, costringendo il governo a emettere monete di ferro nella regione del Sichuan.
Il ferro, tuttavia, aveva un valore intrinseco bassissimo: per acquistare un solo rotolo di seta pregiata occorrevano oltre 40 chili di monete di ferro. Per i mercanti e per i clienti dei grandi ristoranti, concludere affari significava viaggiare scortati da carri colmi di tonnellate di metallo, un incubo gestionale ed un costante bersaglio per i banditi.
 
La nascita del sistema: dalle ricevute private al controllo statale
La soluzione a questo blocco economico nacque dal pragmatismo della classe mercantile di Chengdu. Intorno al X secolo, sedici ricche case d’affari private (Jiaobang) crearono una rete di depositi fiduciari:
  • Il deposito: I mercanti consegnavano le loro pesanti monete di ferro a questi banchieri privati.
  • La ricevuta: In cambio, ricevevano un foglio di carta intestato, chiamato Jiaozi (letteralmente “buono di scambio” o “scambio reciproco”), che attestava il valore depositato.
  • La circolazione: Invece di ritirare il ferro, i mercanti iniziarono a scambiarsi direttamente questi fogli di carta per pagare merci, affitti e banchetti, scoprendo la comodità della valuta cartacea.
Nel 1024 d.C., l’imperatore Renzong comprese il potenziale rivoluzionario del sistema e, per evitare truffe e fallimenti delle banche private, nazionalizzò l’emissione dello Jiaozi. Nacque così la prima vera zecca di Stato per la carta moneta della storia umana.
 
Ingegneria finanziaria: riserve e tassi di cambio
Il governo Song non si limitò a stampare carta, ma applicò sofisticati concetti di macroeconomia che l’Occidente avrebbe teorizzato solo secoli dopo:
  1. La riserva aurea e metallica: Lo Stato stabilì che ogni emissione di Jiaozi doveva essere garantita da una copertura in contanti di monete metalliche di rame e ferro (pari a circa il 28-30% del valore nominale emesso) custodita nei forzieri imperiali.
  2. La scadenza triennale (Lijie): Per evitare l’inflazione e il deterioramento fisico della carta, ogni emissione di Jiaozi aveva una validità limitata a tre anni. Alla scadenza del ciclo, i cittadini dovevano convertire le vecchie banconote in una nuova serie, pagando una piccola tassa di transazione o convertendole in moneta metallica.
 
Tecnologia anticontraffazione: arte e sicurezza
Garantire la fiducia della popolazione in un pezzo di carta richiedeva standard di sicurezza elevatissimi. Lo Jiaozi imperiale era un capolavoro di ingegneria tipografica:
  • Carta di gelso: Veniva stampato esclusivamente su una carta speciale ricavata dalla corteccia dell’albero di gelso, la cui produzione era strettamente monitorata dal governo.
  • Stampa multicolore: Venivano utilizzate lastre di rame incise a mano per stampare in tre colori diversi (nero, rosso e blu), rendendo la duplicazione casalinga quasi impossibile.
  • Disegni complessi e sigilli: Le banconote recavano illustrazioni intricate di paesaggi, alberi, divinità, figure umane e codici seriali, completate dall’apposizione di imponenti sigilli ufficiali in inchiostro rosso.
  • Pene capitali: Sul fondo di ogni banconota era stampato un severo avvertimento: chiunque fosse stato sorpreso a falsificare lo Jiaozi sarebbe stato punito con la decapitazione, mentre i delatori avrebbero ricevuto una ricompensa in denaro e i beni del falsario.
 
L’impatto sulla vita quotidiana e l’iperinflazione finale
L’introduzione dello Jiaozi accelerò la velocità di circolazione del denaro in modo esponenziale. Nei Jiulou e nei mercati all’ingrosso, transazioni multimilionarie che un tempo avrebbero richiesto giorni di conteggio e pesatura dei metalli ora si risolvevano in pochi secondi con lo scambio di un blocchetto di banconote.
Tuttavia, lo strumento si rivelò un’arma a doppio taglio. Nei secoli successivi, stremato dalle costose guerre contro le invasioni dei Jin e dei Mongoli, il governo Song iniziò a stampare Jiaozi in quantità industriale senza alcuna copertura metallica. Questo errore sistemico innescò la prima grande iperinflazione della storia, che portò al collasso del valore della carta moneta e costrinse le dinastie successive (come la Ming) a ritornare temporaneamente all’uso dell’argento puro.

 

Recensioni e movida h24: la rivoluzione urbana dei Wazi

Fino alla dinastia Tang, le città cinesi erano macchine burocratiche rigidissime. Erano divise in quartieri chiusi da mura (Fang) e sorvegliate da un coprifuoco inflessibile: al calare della sera, il suono dei tamburi imperiali ordinava la chiusura dei cancelli e chiunque venisse sorpreso in strada senza un permesso scritto rischiava la fustigazione.
La dinastia Song spazzò via questo sistema. L’abbattimento fisico delle mura dei quartieri e la cancellazione del coprifuoco notturno diedero vita alla prima vera “società della notte” della storia umana. Le strade si illuminarono e le metropoli commerciali iniziarono a respirare un’aria di libertà e intrattenimento attiva 24 ore su 24.
 
I Wazi: i distretti del piacere e dello spettacolo
Il fulcro di questa nuova vita notturna erano i Wazi (letteralmente “luoghi di piastrelle”, così chiamati perché i mercati vi si aggregavano e disgregavano rapidamente come tessere). Si trattava di colossali quartieri dell’intrattenimento posizionati nei punti nevralgici delle città, vicino ai canali o alle porte principali.
All’interno di un singolo Wazi potevano concentrarsi decine di Goulan, teatri recintati e coperti da tettoie di paglia o legno, capaci di ospitare da centinaia a migliaia di spettatori. In questi spazi l’offerta culturale era enciclopedica:
  • Spettacoli continui: Si alternavano opere teatrali, spettacoli di marionette, acrobati, incontri di lotta libera (Xiangpu), esibizioni di arti marziali e mangiatori di fuoco.
  • I cantastorie professionisti (Shuoshu): Artisti specializzati che narravano romanzi storici o storie di fantasmi a puntate, tagliando il racconto sul più bello per costringere il pubblico a pagare l’ingresso anche la sera successiva (l’antenato medievale del cliffhanger delle serie TV).
 
I mercati notturni e la catena del freddo
I Wazi non dormivano mai perché erano alimentati dai Ye-shi (i mercanti notturni). Le cronache dell’epoca raccontano che i mercati serali aprivano al tramonto e si raccordavano direttamente con quelli mattutini, chiudendo solo all’alba.
La competizione tra i banchi di street food notturno era feroce. I cittadini potevano passeggiare consumando spiedini di fegato di maiale, zuppe di bachi da seta, frutta secca o baozi caldi. La vera modernità era rappresentata dai dolci estivi. Grazie a un’efficiente ingegneria termica – che prevedeva lo stoccaggio del ghiaccio invernale in profonde grotte sotterranee coibentate con paglia – i chioschi dei Wazi offrivano in pieno luglio gelati primordiali, fette di melone refrigerate e bevande ghiacciate a base di latte, erbe aromatiche e succo di prugna.
 
La nascita dei critici gastronomici: le Guide Michelin del 1100
Una simile abbondanza di opzioni creò un problema modernissimo: il disorientamento del consumatore. Come scegliere il ristorante migliore in una città con migliaia di insegne? A colmare questo vuoto ci pensarono i letterati e i burocrati dell’epoca, che inventarono la critica gastronomica e la saggistica urbana.
Opere monumentali come il Dongjing Meng Hua Lu (“Il sogno di splendore della Capitale Orientale”, 1147) o il Ducheng Jisheng (“I fasti della Capitale”) funzionavano esattamente come le odierne guide turistiche e gastronomiche. Gli autori mappavano i quartieri descrivendo con precisione chirurgica:
  • La specializzazione: Indicavano al lettore che il miglior pollo arrostito della città si trovava esclusivamente nella bottega della famiglia Ma, o che per i ravioli di pesce bisognava andare da Zheng.
  • Il controllo qualità: Gli scrittori non si limitavano a lodare il cibo, ma recensivano l’atmosfera dei locali, la pulizia dei tavoli, l’onestà dei prezzi e la cortesia dello staff. Se una catena di ristoranti storici iniziava ad abbassare la qualità delle materie prime per risparmiare, la penna del critico lo registrava impietosamente, influenzando il successo economico del locale.
  • La tracciabilità dei clienti: Le guide spiegavano dove si riunivano le diverse categorie di clienti (gli studenti universitari in una determinata locanda, i mercanti di seta in un’altra), creando una vera e propria mappa sociologica della movida cittadina.
Questa frenesia notturna, unita all’ossessione per il buon cibo e alla sua catalogazione letteraria, dimostra che i cittadini della Cina di mille anni fa condividevano con noi gli stessi identici desideri: il piacere di uscire la sera, il consumo di intrattenimento di massa, la ricerca dell’esperienza culinaria perfetta e la condivisione pubblica delle proprie “recensioni”.

 

Lo shock di Marco Polo: l’impatto con il futuro

Quando il giovane mercante veneziano Marco Polo arrivò in Cina alla fine del XIII secolo, durante la dinastia Yuan (che aveva ereditato e mantenuto intatta l’incredibile rete urbana e commerciale dei Song), si trovò proiettato in quello che per un europeo dell’epoca era, a tutti gli effetti, il futuro. Venezia era una delle città più ricche d’Europa, ma contava circa 100.000 abitanti; Hangzhou, l’ex capitale Song ribattezzata Kinsay, ne contava più di un milione e mezzo. L’impatto culturale fu così violento da provocare nel viaggiatore un vero e proprio shock da civiltà.
Nelle pagine del suo resoconto, Il Milione, lo sbalordimento di Marco Polo si concentra proprio su quegli aspetti di microeconomia e vita quotidiana che abbiamo analizzato:
  • Il mistero della carta moneta: Marco Polo dedicò un intero capitolo alla fabbricazione dello Jiaozi (allora evolutosi nel Chao). Per la mente di un mercante veneziano, l’idea che l’Imperatore potesse far stampare della corteccia d’albero, imprimervi il proprio sigillo e costringere un intero continente a scambiarla al valore dell’oro puro era qualcosa di magico e inconcepibile. Scrisse che il Gran Khan faceva produrre denaro “con la stessa facilità con cui gli altri re coniano monete d’oro o d’argento”.
  • L’ossessione per l’igiene e il benessere: Il veneziano rimase folgorato dall’organizzazione dei servizi pubblici. Descrisse con ammirazione la presenza di enormi bagni pubblici caldi, frequentati quotidianamente da migliaia di cittadini, e la pulizia maniacale dei ristoranti dei Wazi. In un’Europa in cui la carne veniva conservata sotto sale per mesi a causa della mancanza di alternative, Polo osservò incredulo la catena del freddo cinese, con i mercati riforniti quotidianamente di pesce fresco trasportato su carri refrigerati e la vendita di bevande ghiacciate in estate.
  • L’efficienza della logistica: Le strade cinesi, ampie, pavimentate e costantemente sorvegliate da pattuglie notturne contro gli incendi e la criminalità, erano l’opposto dei vicoli fangosi e insicuri delle città europee. La rapidità del servizio postale imperiale e l’efficienza dei trasporti fluviali, che permettevano ai ristoranti di ricevere materie prime freschissime da province lontane centinaia di chilometri in pochissimo tempo, gli parvero prodigi ingegneristici.
Al suo ritorno a Venezia, quando Marco Polo provò a raccontare la vastità di quelle metropoli, l’esistenza del delivery, le catene di ristoranti, i menù alla carta e la carta moneta, i suoi contemporanei non gli credettero. Fu etichettato come un bugiardo e un esagerato; i suoi racconti vennero liquidati come fantasie romanzesche o deliri di un uomo che aveva passato troppo tempo in terre esotiche. L’Europa medievale semplicemente non possedeva le categorie mentali ed economiche per comprendere che un impero potesse funzionare in quel modo.
 
Ammettiamolo: oggi, quando ci sintonizziamo su un c-drama storico e vediamo il protagonista che, tra un complotto di palazzo e un duello in volo, trova il tempo di fondare una catena di locande in franchising, studiare piani di marketing spietati per annientare la concorrenza, spedire fattorini a domicilio e inventare sistemi per purificare le materie prime, la nostra reazione standard è un mix di cinismo e superiorità. Sorridiamo sornioni davanti allo schermo, pensando: “Sì, vabbè, la solita americanata applicata alla Cina medievale per compiacere il pubblico del ventunesimo secolo. Mancano solo Just Eat e il codice sconto per l’influencer di turno”.
E invece no. Il vero colpo di scena – che demolisce il nostro rassicurante e un tantino presuntuoso etnocentrismo occidentale – è che stiamo prendendo una gigantesca cantonata storica.
Non siamo davanti a una licenza poetica degli sceneggiatori di Pechino. La dura, documentatissima realtà dei fatti, confermata dai diari di quel povero e inascoltato Marco Polo e dalle dettagliatissime “Guide Michelin” redatte dai burocrati cinesi già nel 1100, ci sbatte in faccia una verità quasi imbarazzante: non è la finzione televisiva che sta scopiazzando il nostro presente iper-tecnologico. Al contrario, è il nostro “avanzatissimo” mondo occidentale che ci ha messo quasi mille anni di fatiche, rivoluzioni industriali e riunioni di consiglio d’amministrazione per riuscire finalmente a copiare e replicare la sbalorditiva, frenetica e spudorata modernità quotidiana che un cittadino di Kaifeng considerava assoluta normalità prima ancora che in Europa si finisse di costruire la cattedrale di Notre-Dame.
In breve: mentre noi europei eravamo ancora fermi a discutere se fosse il caso di lavarsi più di due volte l’anno e mangiavamo lo stesso identico stufato di rape da tre generazioni nello stesso piatto di legno diviso con uno sconosciuto, in Cina c’era già un tizio che pagava il suo pollo alle spezie con una banconota di carta di gelso, dopo averlo scelto da un menù alla carta con trecento portate, ordinato tramite un cameriere con venti piatti sul braccio e fatto recapitare a casa sua in un contenitore termico a carbone perché quella sera non aveva voglia di fare la fila nel locale in franchising sotto casa.
Quindi, la prossima volta che vedete un eroe dei drama fare del marketing aggressivo tra una dinastia e l’altra, portategli rispetto: non sta imitando noi, sta solo mostrando da dove veniamo.