La Penna e l’Acciaio: Lo stile, il rigore e il mito in Adriano Romualdi e Yukio Mishima.

«L’Europa è la luce del mondo classico e il brivido dell’oscurità contemporanea, l’alba boreale della preistoria e il bagliore crepuscolare sospeso su Berlino in fiamme. L’Europa è un grido di battaglia per coloro che credono nella rinascita del nostro continente come alternativa aristocratica e qualitativa al mondo della quantità e delle masse, contro il materialismo democratico americano e il materialismo comunista russo.»

— Adriano Romualdi
12 agosto 1973 

 

Settima Parte

 

Intermezzo eurasiatico: divagazione sul crepuscolo dell’Occidente e la reazione qualitativa alla modernità                              

Esistono vette del pensiero che, pur sorgendo a distanze geografiche e culturali siderali, si specchiano nella medesima luce tragica. È il caso del legame ideale e sotterraneo che unisce Adriano Romualdi a Yukio Mishima, il più grande scrittore giapponese del Novecento. Separati dagli oceani, ma uniti da una radicale e sdegnosa avversione nei confronti della modernità mercantilistica e consumista nata dalle ceneri del 1945, entrambi i pensatori compresero che la cultura, lo studio e la scrittura non potevano ridursi a un passivo esercizio accademico o a un intrattenimento borghese. Per il giovane storico italiano e per il samurai della parola giapponese, l’intelletto doveva farsi ascesi e lo studio doveva trasformarsi in un vero e proprio addestramento militare. Questo capitolo esplora il punto di intersezione in cui la penna si fa affilata come una spada e la cultura diventa lo stile millimetrico di un’aristocrazia dello spirito pronta a sfidare il nichilismo del mondo moderno.


 
1. Il principio del Bunbu Ryodo: La via della penna e della spada come ascesi anti-borghese
Per cogliere la natura della frattura che separa Adriano Romualdi e Yukio Mishima dall’universo intellettuale della loro epoca, è necessario comprendere come entrambi abbiano scardinato la concezione moderna della cultura. Nel Novecento liberale e marxista, l’intellettuale è una figura tipicamente disincarnata: un produttore di concetti, un burocrate della parola o un commentatore da salotto il cui corpo e il cui stile di vita non hanno alcuna incidenza sulla validità delle idee espresse. A questa figura borghese, sia il samurai giapponese sia lo storico italiano oppongono una visione sacrale e totalizzante dell’esistenza, in cui la conoscenza non è accumulo nozionistico, ma forgiatura del carattere.
Nel suo fondamentale saggio autobiografico e filosofico Sole e acciaio (1968), Yukio Mishima formalizza questa intuizione richiamando il principio cardine della tradizione dei samurai e del codice dell’Hagakure: il Bunbu Ryodo (文武両道), letteralmente la via in cui “la penna e la spada convergono su un unico sentiero”. Mishima lancia un atto d’accusa feroce contro gli scrittori del dopoguerra, descritti come parassiti cartacei, uomini ridotti a “esili fili d’erba” che coltivano l’intelletto mentre i loro corpi marciscono nell’inerzia e nella flaccidità borghese. Per lo scrittore giapponese, una mente affilata non ha alcun valore se non abita un corpo temprato dal ferro, dal sole e dal dolore fisico. La carne deve farsi specchio dello spirito: la “spada” (l’azione, la disciplina fisica, l’addestramento marziale della Tatenokai) serve a dare peso tridimensionale alla “penna” (la poesia, il teatro, la saggistica). Solo attraverso questo connubio la parola cessa di essere una menzogna letteraria e diventa verità vivente, sigillata dal sangue.
                      LA SINTESI ESISTENZIALE DEL BUNBU RYODO
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   [ LA PENNA / L'INTELLETTO ]                                 [ L'ACCIAIO / IL CORPO ]
   • Studio delle origini e dei miti.                          • Disciplina fisica e portamento.
   • Rigore storiografico e filosofico.                        • Controllo dei gesti e ascesi militante.
   • Elaborazione della Metapolitica.                          • Azione impersonale e coraggio.
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                        [ L'UOMO DELLA TRADIZIONE ]
                        • Il Soldato-Politico (Romualdi) / Il Samurai (Mishima).
                        • Rifiuto radicale dell'erudito da salotto e borghese.
                        • La cultura vissuta come ordine, gerarchia e stile.
Sul fronte opposto dell’Eurasia, Adriano Romualdi compie un’operazione speculare e simmetrica, traducendo le intuizioni del Bunbu Ryodo nel linguaggio della gioventù neofascista asserragliata negli Anni di Piombo. Quando Romualdi evoca la “disciplina interiore dello studio, inteso come un vero e proprio addestramento militare”, non sta proponendo un ripiegamento intellettualistico, ma sta indicando una via di ascesi guerriera. Per Romualdi, la biblioteca è l’equivalente del dojo di Mishima. Lo studio della storia greca, dei miti indoeuropei o delle tesi di Friedrich Nietzsche non serve a superare un esame accademico o a compiacere il sistema culturale dominante; serve a darsi una forma.
In un’epoca in cui le università italiane sono sottomesse all’egemonia marxista e la piazza è dominata dalla violenza cieca, Romualdi insegna che l’atto di aprire un libro di alta filosofia è, in sé, un atto di guerra. Leggere, comprendere e interiorizzare i valori qualitativi della Tradizione significa armare la mente contro il veleno del materialismo circostante. Lo studio romualdiano richiede lo stesso rigore di una marcia militare: esige concentrazione, rifiuto della pigrizia mentale, sottomissione dell’ego alla verità storica e impersonale. La cultura diventa così lo scudo psicologico e spirituale con cui il soldato politico protegge la propria integrità. L’erudizione si trasforma in acciaio interiore: la mente apprende l’ordine classico, mentre il portamento e l’azione quotidiana ne riflettono la stabilità.
In entrambi i pensatori, la convergenza tra penna e acciaio produce un tipo umano radicalmente nuovo per la modernità, ma antichissimo nelle sue origini: l’intellettuale-guerriero. Che si tratti del samurai fedele all’Imperatore o del militante europeo fedele al mito dell’Impero classico, la parola d’ordine è la medesima: rifiutare la scissione moderna tra pensiero e azione. La cultura deve farsi carne, lo stile deve farsi portamento e lo studio deve essere vissuto con la severità assoluta di un giuramento militare.

 

2. Il rifiuto del nichilismo attraverso lo “Stile”: Il Bushido e l’impersonalità attiva come fortezze dell’Essere contro il fango del secolo
Per comprendere l’ossessione che sia Mishima sia Romualdi nutrivano per il concetto di “Stile”, occorre sgomberare il campo da qualsiasi equivoco di matrice puramente estetica, modaiola o dandy. Nel loro vocabolario filosofico, lo Stile non è un ornamento esteriore o un’esibizione di vacuo intellettualismo, ma l’architettura etica dell’anima, la postura ontologica dell’uomo qualitativo e l’unica barriera d’acciaio capace di resistere all’avanzata del nichilismo contemporaneo.
Sia il Giappone del dopoguerra sia l’Italia degli anni di piombo condividevano una medesima, tragica ferita originaria: erano nazioni uscite distrutte, umiliate e spiritualmente decapitate dal secondo conflitto mondiale, private della propria sovranità geopolitica, occupate militarmente e, soprattutto, colonizzate dall’idolatria del mercato, dal mito del Prodotto Interno Lordo e dall’American Way of Life. Di fronte allo sradicamento delle identità storiche e al trionfo dell’Uomo-Massa, Mishima e Romualdi compresero che l’unica resistenza possibile non passava attraverso le urne elettorali della democrazia borghese, ma attraverso la rigida, inflessibile imposizione di una forma interiore.
                         LO STILE COME ASCONE METAFISICA
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   [ YUKIO MISHIMA ]                                         [ ADRIANO ROMUALDI ]
   • La forma geometrica del corpo (Culturismo)             • La stabilità della pietra (Ordine Classico)
   • La purezza del Rito contro il "Progresso"              • Il distacco olimpico dalla democrazia di massa
   • L'Hagakure: la morte come opera d'arte                 • L'Iliade e Nietzsche: l'etica aristocratica
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                        [ LA RIFONDAZIONE DELL'UOMO ]
                        • Creazione di una barriera invisibile al consumo.
                        • L'impersonalità: servire l'Idea, non l'Ego.
                        • Trasformare la decadenza in un teatro d'eroismo.
 
Yukio Mishima: La geometria del muscolo e la liturgia del sangue
Per Yukio Mishima, il nichilismo non era un’astrazione filosofica, ma una realtà carnale e visibile: era l’immagine di un Giappone americanizzato, imborghesito, pacificato a forza da una costituzione imposta dai vincitori (la Costituzione del 1947 che imponeva la rinuncia alla guerra), in cui la gioventù preferiva i jeans, il rock ‘n’ roll e l’edonismo individualista alla fedeltà sacra verso l’Imperatore (Tenno) e alle radici millenarie dello scintoismo. La risposta dello scrittore a questa decomposizione morale e antropologica fu la riscoperta ossessiva del Bushido (il codice di condotta dei samurai) e le lezioni spirituali dell’Hagakure di Yamamoto Tsunetomo.
Lo Stile, per Mishima, diventa una geometria assoluta che deve governare ogni singolo frammento dell’esistenza. È, innanzitutto, la compostezza del corpo, da lui radicalmente ricostruito attraverso il culturismo e il kendo. Mishima rifiuta l’estetica dell’intellettuale pallido, debole e curvo sui libri: il muscolo diventa la traduzione fisica dell’idea, la carne che si fa scudo contro la mollezza borghese. Lo Stile è poi il controllo millimetrico della parola poetica, il rifiuto categorico della trasandatezza emotiva e del sentimentalismo moderno. Laddove il mondo contemporaneo esalta la spontaneità dei sentimenti e la fluidità psicologica, Mishima oppone il rito, la maschera teatrale (il teatro Nō e Kabuki), la rigidità della forma e il culto della morte eroica.
Il suo celebre seppuku (il suicidio rituale eseguito il 25 novembre 1970 presso il comando del d東部 della Forza di Autodifesa di Tokyo) non fu l’atto di un folle o di un disperato, ma la firma di sangue sul suo capolavoro esistenziale: l’atto con cui uno scrittore scelse di sottrarre il proprio corpo alla decadenza biologica della vecchiaia e alla degradazione spirituale di un Giappone ridotto a un mercato di consumo, fissando la propria forma nell’eterna giovinezza del mito.
 
Adriano Romualdi: L’impersonalità attiva e la stabilità della colonna classica
Sul fronte occidentale dell’Eurasia, Adriano Romualdi si trova ad affrontare lo stesso deserto nichilista, incarnato dall’Italia lacerata degli Anni di Piombo. Nelle strade, la gioventù di destra si muoveva spesso per pura reazione viscerale e rancorosa, scendendo sul piano della rissa stradale fine a se stessa ed esaltando un cupo e disperato cameratismo del martirio, sterile e privo di sbocchi concettuali. Romualdi intravede in questa rabbia cieca lo stesso veleno della modernità plebea: l’attivismo febbrile che maschera il vuoto interiore. Al caos delle piazze e all’omologazione silenziosa dei consumi, egli risponde introducendo e declinando nella prassi politica il concetto evoliano di “impersonalità attiva”.
Avere Stile, per Romualdi, significa essere interiormente integri, verticali, olimpici e glaciali di fronte alle provocazioni del secolo. Il giovane soldato politico formato alla sua scuola non urla slogan volgari, non si lascia trascinare dal risentimento piccolo-orientato, non cede alle mode effimere dell’industria culturale e non cerca il plauso della massa o il successo parlamentare. La sua verticalità si esprime nel rigore del portamento, nella dignità del gesto, nella precisione chirurgica del linguaggio e nella severità dei suoi studi storici.
L’impersonalità attiva impone di combattere per un’idea universale, metafisica e sovrindividuale (il mito dell’Europa classica, l’ordine di Roma e della Grecia arcaica) senza attendersi ricompense materiali o gratificazioni egoiche. Lo Stile diventa così un’armatura invisibile ma impenetrabile: l’uomo qualitativo impara a guardare il crepuscolo dell’Occidente con la stabilità di una colonna di pietra di un tempio in rovina. Non importa se intorno tutto crolla o se il materialismo americano sembra trionfare; l’uomo dello Stile rimane padrone assoluto del proprio destino interiore perché fedele a un ordine che non appartiene al tempo, ma all’eterno.
 
La convergenza metafisica: Lo Stile come difesa dell’Essere
La convergenza tra Mishima e Romualdi su questo punto tocca una verità metafisica profonda che scavalca i confini tra Oriente e Occidente. Quando la storia entra nella sua fase terminale — quella che la tradizione induista chiama Kali Yuga e che Romualdi definiva il “mondo della quantità” — lo Stile cessa di essere un lusso superficiale per esteti e diventa l’ultima linea di difesa dell’Essere.
Inquinati dal benessere materiale e privati di una verticalità spirituale, gli uomini moderni si sciolgono in una massa informe di consumatori standardizzati. Dare una forma geometrica, rigorosa e aristocratica alla propria vita — sia essa la via del guerriero giapponese fedele al codice dei padri o quella dell’intellettuale europeo nutrito dall’Iliade e da Nietzsche — significa compiere un atto di eversione metafisica. Entrambi hanno dimostrato che la vittoria sul mondo moderno non si misura sui dati del consenso elettorale o sulla forza bruta dell’economia, ma sulla capacità di custodire, intatta, pura e millimetrica, la dignità assoluta di una forma interiore di fronte al tramonto del mondo.

 

3. L’intellettuale come Comandante di un’Avanguardia qualitativa: L’ordine dello Scudo e le aristocrazie della pagina scritta
Il rifiuto radicale del materialismo democratico e della società di massa non poteva limitarsi, nel pensiero di Romualdi e Mishima, a una testimonianza puramente individuale o a un esercizio letterario d’isolamento. Entrambi compresero che il deserto della modernità andava affrontato creando delle strutture di resistenza collettiva, dei nuclei umani scelti che rifiutassero le logiche del numero, del voto e del compromesso parlamentare. Né lo scrittore giapponese né lo storico italiano credettero mai nella democrazia del suffragio universale o nell’efficacia dei partiti di massa; al contrario, concepirono l’azione comunitaria come la selezione rigorosa di un’élite qualitativa numericamente ristretta, ma spiritualmente indistruttibile, guidata dall’intellettuale inteso come un vero e proprio comandante spirituale.
                      L'ARCHITETTURA DELLE AVANGUARDIE QUALITATIVE
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    [ LA TATENOKAI DI MISHIMA ]                                   [ I CIRCOLI METAPOLITICI DI ROMUALDI ]
  • Struttura: Esercito privato studentesco.                    • Struttura: Centri studi, riviste d'élite.
  • Metodo: Addestramento fisico e Bushido.                      • Metodo: Ascesi dello studio e storiografia raddrizzata.
  • Funzione: Scudo spirituale per l'Imperatore.                • Funzione: Avanguardia per l'Europa-Impero.
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                             [ IL RIFIUTO DEL NUMERO ]
                             • Sganciamento totale dalle logiche elettorali.
                             • Selezione basata sul merito, sul rigore e sulla cultura.
                             • Istituzione di un ordine gerarchico e d'élite.
 
Yukio Mishima e la Tatenokai: L’esercito dello spirito e della bellezza
Nel 1968, al culmine della contestazione studentesca globale che scuoteva anche le università di Tokyo, Yukio Mishima fonda la Tatenokai (盾の会), letteralmente la “Società dello Scudo”. Si tratta di un esercito privato, legale ma radicalmente alternativo, composto inizialmente da un nucleo selezionatissimo di circa cento giovani studenti universitari patrioti. Mishima non cerca il grande numero; seleziona i ragazzi uno a uno, valutandone il rigore morale, la prestanza fisica e la fedeltà ai valori tradizionali.
I membri della Tatenokai non sono attivisti politici nel senso moderno del termine: non distribuiscono volantini, non partecipano alle dinamiche dei partiti conservatori giapponesi. Essi si sottopongono a durissimi corsi di addestramento militare presso le basi della Forza di Autodifesa (Jieitai), marciano sotto il sole, studiano i classici del pensiero dei samurai e vestono una divisa disegnata dallo stesso Mishima, che unisce la severità occidentale all’eleganza marziale giapponese.
La funzione della Tatenokai è squisitamente archetipica: essa deve essere lo “scudo” spirituale a difesa della figura sacra dell’Imperatore, inteso non come un capo di Stato politico, ma come il centro metafisico dell’identità del Giappone. Mishima opera come il comandante assoluto di questa avanguardia estetica e militare, dimostrando che un pugno di uomini interiormente formati possiede un peso specifico superiore a quello di una massa informe di elettori indifferenti.
 
Adriano Romualdi e l’Ordine del Sapere: I circoli d’avanguardia contro il partito elettorale
Sul fronte europeo, Adriano Romualdi compie un’operazione dottrinale e strutturale omologa, agendo come la mente direttiva e il comandante spirituale dei quadri giovanili più avanzati della destra radicale italiana, in particolare all’interno del Centro Studi Ordine Nuovo (fondato da Pino Rauti) e del FUAN (l’organizzazione universitaria del MSI). Romualdi osserva con disprezzo la trasformazione del MSI in un partito elettorale, prigioniero della logica burocratica e del “doppiopetto” conservatore. Ai giovani che chiedono militanza di piazza fine a se stessa, Romualdi impone l’architettura dei circoli culturali d’élite.
La “Società dello Scudo” di Romualdi non veste divise di panno e non imbraccia fucili, ma si organizza attorno alle redazioni delle riviste d’avanguardia e alle collane editoriali. Romualdi seleziona e forma una aristocrazia intellettuale giovanile attraverso un programma di studi rigidissimo. Nei suoi circoli non si fa propaganda per le imminenti elezioni parlamentari; si fa metapolitica.
I giovani militanti vengono addestrati a smontare la storiografia progressista e marxista, a comprendere le leggi dell’etnologia, a interiorizzare il diritto romano e l’epica greca. Romualdi concepisce queste cellule di studio come i monasteri d’alto medioevo nel bel mezzo delle invasioni barbariche: luoghi sacri di conservazione e rigenerazione dell’ordine qualitativo. L’intellettuale non è un professore distaccato che elargisce nozioni, ma un comandante che guida i suoi uomini nella riconquista del diritto di pensare. Romualdi vuole formare i quadri di una futura Waffen-SS dello spirito — intendendo il termine in senso puramente ideale ed eurasiatico —, un nucleo di soldati-politici d’élite capaci di mantenere accesa la luce della Tradizione nel pieno del crepuscolo dell’Occidente.
 
La convergenza delle Élite: Il primato della Qualità sul Numero
La simmetria tra la Tatenokai di Mishima e il laboratorio metapolitico di Romualdi risiede nella comune certezza che la storia non sia mossa dalle masse anonime, ma dalle minoranze creative ed eroiche. Entrambi ribaltano la logica della democrazia quantitativa: se il sistema moderno conta le teste per legittimare il potere del denaro, l’avanguardia qualitativa seleziona i cuori e le menti per preservare la legittimità dello spirito.
Sia i giovani giapponesi che marciavano ai piedi del Monte Fuji sotto il comando di Mishima, sia i giovani italiani che leggevano Nietzsche e sognavano la Rinascita Europea sotto la guida di Romualdi, appartenevano allo stesso tipo umano. Erano uomini che avevano deciso di fuoriuscire dal secolo, di spezzare le catene dell’omologazione mercantile e di darsi un ordine gerarchico. Attraverso queste avanguardie, Romualdi e Mishima hanno dimostrato che la vera cultura non è un ornamento per la borghesia, ma l’atto fondativo di una comunità d’élite pronta a farsi trincea contro il deserto del mondo moderno.

Nota dottrinaria: La metafisica della Forma contro la barbarie del Numero

Nel panorama delle crisi contemporanee — regolarmente ridotte dal discorso pubblico a mere oscillazioni statistiche, curve di denatalità o flussi demografici — la visione aristocratica impone una rottura radicale con i parametri del materialismo imperante. Pretendere di arginare il declino di una civiltà o l’urto dei flussi migratori attraverso una rincorsa alla riproduzione biologica significa capitolare di fronte al dogma della quantità. Significa accettare l’idea che la storia sia governata dai corpi e non dallo spirito, dalla carne e non dalle idee.
La tradizione umanistica ed eroica dell’Europa insegna l’esatto contrario: una civiltà non si difende ammassando numeri, ma esasperando le distanze qualitative. Di fronte all’avanzata di masse indifferenziate e sradicate, prive di memoria storica e governate da istinti puramente vitali o economici, la risposta non può essere demografica, ma deve essere ontologica. Non si contrappone massa a massa; si oppone la Forma all’informe, la Civiltà alla plebe.
                       IL DOMINIO ONTOLOGICO DELLA FORMA
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   [ IL MONDO DELLA QUANTITÀ ]                                 [ IL MONDO DELLA QUALITÀ ]
   • Le masse nomadiche e indifferenziate.                     • L'avanguardia iper-culturata.
   • Il determinismo demografico (i numeri).                   • La geometria delle idee e del diritto.
   • L'esistenza ridotta a fatto biologico.                    • L'ascesi dello studio come forza d'urto.
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                       [ LA RESTAURAZIONE CLASSICA ]
                       • Il primato spirituale dell'élite sulla moltitudine.
                       • Sintesi di Penna e Acciaio: Mente sapiente in Corpo saldo.
                       • La pietra della Tradizione contro il flusso del caos.
Il compito delle ultime riserve di un continente non è la moltiplicazione zootecnica dei propri membri, ma l’iper-qualificazione titanica delle proprie minoranze. L’esigenza storica impone di educare e acculturare le nuove generazioni all’ennesima potenza, ed è qui che si compie la sintesi fatale tra Adriano Romualdi e Yukio Mishima. Accanto all’ascesi dello studio e all’assoluta elevazione intellettuale, sorge la necessità imperativa di un parallelo addestramento e potenziamento del corpo. Una mente affilata non può abitare una carne flaccida o arresa ai costumi borghesi. La disciplina dello spirito deve riflettersi nel rigore fisico, nel controllo del gesto, nella forza e nella compostezza del portamento, secondo l’antico canone del Bunbu Ryodo.
Solo unendo la massima densità culturale alla fermezza di un corpo temprato, il soldato politico cessa di essere un erudito da salotto per farsi avanguardia d’acciaio. Si forgiano così individui che posseggano un’armatura totale — intellettuale e fisica — capace di renderli impermeabili alla decomposizione circostante e, per ciò stesso, superiori.
Storicamente, il miracolo dell’ordine classico — dall’élite spartana al patriziato romano — ha dominato imperi sterminati e moltitudini oceaniche non per superiorità demografica, ma per la sovranità assoluta dello Stile, della Legge e della Sapienza geometrica. Pochi uomini interiormente strutturati, custodi di una tradizione millenaria e di un rigore concettuale e fisico inflessibile, detengono un peso specifico infinitamente superiore a quello di una plebe anonima e atomizzata. Educare oggi un’aristocrazia del sapere e del corpo significa riaffermare questo principio immutabile: la stabilità della pietra e della memoria storica ha il diritto e il dovere metafisica di governare, ordinare e contenere il flusso caotico del nomadismo globale.